Concreta utopia (un panel di storia del lavoro)

imagesNell’edizione 2013 dell’appuntamento biennale organizzato dalla SISSCO, “Cantieri di Storia”, svoltosi a Salerno dal 10 al 12 settembre, l’ultimo giorno si è tenuto un panel dal titolo Una concreta utopia italiana: la costruzione sociale del lavoro in impresa fra conflitto industriale e contrattazione sindacale nei primi anni ’70. All’organizzazione di questo confronto hanno partecipato diversi membri della SISLav, fra cui il suo presidente, Stefano Musso, come discussant. Obbiettivo del panel, emerso fin dalla sua presentazione iniziale, è stato quello di riflettere e discutere sull’impatto avuto dal più grande ciclo di lotte industriali del secondo dopoguerra, a quarant’anni dalla sua conclusione nei contratti collettivi stipulati fra il 1973 e il 1974 nel settore metalmeccanico, tessile e chimico, inserendolo in un contesto comparato. Segue una sintesi degli interventi.

Come emerso dalla relazione di Fabrizio Loreto, Contrattazione e unità sindacale nei primi anni ’70, in quegli anni si costruisce un nuovo sistema di regolazione del lavoro su più livelli che sposta l’asse dei rapporti di forza in impresa (ma anche nella società) e riconfigura negli anni seguenti e almeno per quasi un decennio il sistema delle relazioni industriali e sindacali, condizionando an­che la cultura aziendale, pubblica e privata, e i modelli dell’organizzazione del lavoro, con un effet­to di trascinamento nei servizi. La relazione finale di Giulio Mellinato (I custodi dello sviluppo: managers pubblici e relazioni sindacali in Italia) ha descritto il caso emblematico dell’industria pubblica a partecipazioni statali e del suo management, fattosi portatore dagli anni ’50 di una imponente modernizzazione industriale intesa come rinnovamento nazionale e di una nuova cultura d’impresa intesa come premessa per nuove relazioni aziendali; un management rimasto spiazzato e disorientato dalla rottura della fine degli anni ’60, ma anche sollecitato a nuove sfide per l’innovazione dagli spazi aperti dalla negoziazione aziendale, almeno fino alla crisi della fine degli anni ’70.

Xavier Vigna (Dopo maggio: il caso francese) e Jorge Torre Santos (Senza democrazia: il caso spagnolo) si sono confrontati con l’esperienza italiana, mostrando come – pur inserendosi all’interno di un fenomeno europeo – essa abbia costituito un punto di riferimento speciale nel caso della Francia e della Spagna, con una circolarità di fenomeni e di temi impressionante anche tenendo conto delle differenze. La Spagna sviluppa originalmente negli anni ’60 forme nuove di organizzazione e di conflitto sindacale, ancorché limitate o clandestine a causa del contesto politicamente antidemocratico, che anticipano per molti aspetti fenomeni e processi analoghi negli altri paesi europei (la capacità di centrare sull’azienda e sul luogo di lavoro sia la rappresentanza sia l’espressione di bisogni e rivendicazioni nuovi della massa operaia di un’industria in profonda trasformazione e modernizzazione). In forme e modalità profondamente diverse, per ovvie ragioni, in questi due paesi inoltre emerge un ruolo centrale dello Stato nella regolazione del conflitto industriale, più di quanto non accada in Italia. A proposito di comparazione, fra gli interventi del dibattito successivo, si segnala quello di Brunello Mantelli con un contributo sull’esperienza tedesca di quegli stessi anni.

Nei primi anni ’70. i nuovi contenuti negoziali e le nuove forme della contrattazione decentrata costituiscono – almeno per un breve periodo – le fondamenta di una nuova identità sindacale unitaria a partire dalle realtà aziendali e dalle sue rappresentanze consiliari. A questo proposito, un equilibrio provvisorio in Italia è imposto dall’idea sindacale di una costruzione sociale del lavoro che non sia subordinata esclusivamente alle logiche economiche d’impresa ma piuttosto orientata alla ridefinizione di un legame sociale, centrato sulla qualità del lavoro e nel lavoro, tale da investirne tutte le forme, dall’inquadramento alle sue condizioni, dai ritmi all’organizzazione, ecc., come mostra l’intervento di Pietro Causarano, Unire la classe, valorizzare la persona: inquadramento unico e 150 ore.

A conclusione del panel, il discussant Stefano Musso ha ripreso la grande quantità di suggestioni e sollecitazioni, invitando tutti anche a riflettere sul legame che i temi e i problemi del lavoro industriale allora esplosi hanno con le trasformazioni successive, quanto abbiano inciso nelle dinamiche organizzative dell’impresa e sulla collocazione sociale del lavoro, quanto di essi sia ancora percepibile e presente nella realtà attuale del lavoro stesso.

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